Un cactus snob? Chi volevo prendere in giro?

Tastiera nuova, stesso libro.

Decisi di disegnare il cactus, poiché disegnare una cosa ti costringe a prestarvi molta attenzione. Inoltre, non avrei provato tanto imbarazzo se qualcuno mi avesse incontrato mentre stavo seduto lì a disegnare il cactus. Lo disegnai una dozzina di volte. Scoprii molte cose.

Il cactus era ai margini della civiltà. Il cactus era collocato dove finiva il lastricato, come una specie di sentinella. Il cactus era stato trapiantato da un ambiente naturale in un giardino reallizzato dall’uomo, messo in un certo senso in mostra per tutta la sua vita. Una sorta di pezzo da esposizione, nonostante le sue preferenze personali. Il cactus aveva le spine a spazzola, il che gli conferiva un’aria militare. Il cactus aveva avuto una vita dura ed era stato ferito da giovane. Era sicuramente bello, con le spine rosse e un corpo verde; attirava le api. Questo era un cactus snob. Lo consideravo dignitoso, silenzioso, stoico e fuori posto.

Un giorno, quando arrivai col block-notes e le matite, il cactus disse: “Dove sei stato?”, con tono irritato.

Rimasi sorpreso. Non aveva più parlato dopo il primo giorno. E questa volta mi parve proprio che avesse parlato ad alta voce.

Dissi al cactus: “Che te ne importa? Non mi hai detto una sola parola; perché dovrei stare tutto il giorno sotto il sole cocente ad aspettare che tu dica qualcosa?”. Ero sulla difensiva. Mi ero sentito criticato. Il cactus non rispose.

Mi pentii immediatamente delle mie parole. Caro mio, pensai, ora me la sono giocata. Dopo giorni e giorni di attesa il cactus finalmente parla e io lo attacco subito perché sono sulla difensiva, e adesso non parlerà più. La mia unica occasione, e me la sono giocata.

“Mi dispiace di averti sgridato”.

Dal cactus nessuna risposta. Non gli avrei certo chiesto scusa. Quello era troppo, un uomo adulto che chiede perdono a un cactus. D’altra parte, se l’avessi fatto, forse avrebbe parlato di nuovo. Desideravo tanto sapere che cosa avesse da dire.

“Mi perdoni?”

Nessuna risposta. Il cactus teneva il muso. Bè, forse mi avrebbe rivelato ancora qualcosa attraverso il disegno. Quindi lo ritrassi di nuovo. E oggi mi parve di vedere la ferita in modo particolarmente chiaro. Pensai che la ferita potesse essere stata provocata da qualcuno che passando l’aveva sfiorato – qualcuno sovrappensiero che non guardava dove stava andando. Qualcuno che aveva imprecato contro il cactus per le spine con cui lui stesso si era punto a causa del suo errore. Ma il cactus aveva subito danni molto più gravi del passante.

Notai che il cactus aveva avuto uno sviluppo storto per alcuni anni in seguito alla ferita, ma poi era cresciuto diritto al di sopra della cicatrice e forse più vigoroso per i suoi patimenti. Pensai che la ferita avesse rafforzato il cactus. L’avesse reso un cactus migliore.

Pensai che, malgrado fosse guarito fisicamente, dal punto di vista psicologico il cactus fosse ancora sulla difensiva e guardingo. Pensai che il cactus avesse la tendenza a giudicare. Il fatto che mi avesse attirato per poi rifiutarsi di parlare suggeriva che potesse essere un po’ isterico. Il cactus non aveva permesso al suo sviluppo mentale di mettersi in pari con quello fisico.

Un cuculo mi si avvicinò e mi osservò mentre ritraevo il cactus. Era un uccello buffo e la sua presenza mi metteva di buon umore. Nonostante il cactus si rifiutasse sempre di parlare.

Da quel giorno, tutte le volte che andavo a trovare il cactus avevo uno strano atteggiamento dissociato. Da una parte, non riuscivo a evitare la sensazione di proiettare sul cactus i miei pensieri. Un cactus snob? Chi volevo prendere in giro? Ma, dall’altra, era interessante considerare questo cactus separato da me. E certamente ne ero sempre più attratto.



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