L’Aleph

La casa gli era indispensabile per terminare il poema, perché in un angolo della cantina c’era un Aleph. Spiegò che un Aleph è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti. […] I fedeli che si recano alla moschea di Amr, al Cairo, sanno bene che l’universo è racchiuso nell’interno di una delle colonne di pietra che circondano il cortile centrale… nessuno, certo, può vederlo, ma chi accosta l’orecchio alla superficie afferma di percepire, dopo un po’, il suo incessante rumore.

Immagine di L'Aleph

L’immortale, Il morto, I teologi, Storia del guerriero e della prigioniera, Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, Emma Zunz, La casa di Asterione, L’altra morte, Deutsches Requiem, La ricerca di Averroè, Lo Zahir, La scrittura del dio, Abenjacan il Bojarl, I due re e i due labirinti, L’attesa, L’uomo sulla soglia, L’Aleph.

Come tutti coloro che possiedono una biblioteca, Aureliano si sapeva colpevole di non conoscerla completamente.

Il libro “L’Aleph” di Jorge Luis Borges è un insieme di racconti (estremamente scorrevoli) che narrano della psiche umana, dei labirinti, della religione, della metafisica, della morte, dell’eternità. A nulla può servire una mia recensione di questo libro, che certamente ha ispirato molti autori moderni (senz’altro Dick).

La storia li conosce sotto vari nomi (speculari, abissali, cainiti), ma di tutti il più fortunato è quello di istrioni, che Aureliano dette loro e che essi temerariamente adottarono. In Frigia li dissero Simulacri, e così in Dardania. Giovanni lì chiamò forme; ma è bene avvertire che il passo è stato rifiutato da Erfjord. Invocarono la prima epistola ai Corinzi, 13:12 (“ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma“) per sostenere che quanto vediamo è falso. Contagiati forse dai monotoni, immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo.

Teopompo, istrione di Berenice, negò tutte le favole; disse che ciascun uomo è un organo che la divinità proietta per sentire il mondo.

I miei racconti preferiti sono stati “Lo Zahir”, e “L’Aleph”. Lo Zahir è una moneta ed è anche quello che finora ho sempre chiamato Ubik, che invece è una bomboletta spray. L’Aleph è quello a cui finora non ero riuscito a dare un nome, se non nella sua idealizzazione matematica di numero transfinito – Aleph_n. Esso è l’intero universo in un punto, e all’interno dello stesso è di nuovo l’Aleph, come in un (universale) effetto Droste.

Lo Zahir
Il denaro è un ente astratto, è tempo futuro. Può essere un pomeriggio in campagna, può essere musica di Brahms, può essere carte geografiche, può essere giuoco di scacchi, può essere caffè, può essere ler parole di Epitteto, che insegnano il disprezzo dell’oro.

[…] Intorno al 1832, Taylor udì nei sobborghi di Bhuj l’insolita espressione “aver visto la Tigre” (Verily he has looked on the Tiger), per significare la pazzia e la santità. Gli dissero che si alludeva, con quella locuzione, a una tigre magica, ch’era stata la perdizione di quanti l’avevano vista, anche da lontano, perché tutti, da quel momento, avevano pensato incessantemente ad essa, fino alla fine dei loro giorni.

[…] Uomini il cui Zahir non era stato una moneta ma un pezzo di marmo o una tigre. Quale facile impresa non pensare a una tigre.

[…] Il tempo, che attenua i ricordi, rafforza quello dello Zahir. Prima, mi raffiguravo il dritto e poi il rovescio; ora, li vedo simultaneamente. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio.

Nella nota curata dal traduttore alla fine del libro viene citato, come fonte d’ispirazione per alcuni racconti, “The crystal egg” (1899) di Wells, che senz’altro ora dovrò leggere.

Dormire è distrarsi dall’universo e la distrazione è difficile per chi sa che t’inseguono con le spade sguainate.

Grazie m.

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2 Commenti a “L’Aleph”

  1. SP scrive:

    morsetto con cui mi impadronisco di tutta la tua conoscenza e poi sputo la carne

  2. Patrizio scrive:

    Almeno riattacamela!

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