La signora Dalloway
Neanche questo mi è sembrato un libro di fantascienza - hey mie muse e consigliere, a me piace la SF!
Leggere un libro ambientato nell’Inghilterra degli anni ‘20 fa un certo effetto dopo averne letto un altro ambientato nella stessa identica zona ma nel 1700. Tra le altre cose mi ha delineato nella mente un arco che esiste tra due nodi del grafo orientato dell’umanità: la parìa nobile e lo snobbismo aristocratico. Sì, l’Inghilterra è stata popolata da alcune delle persone più irritanti del mondo.
Comunque, tralasciando i fantasmi di Virginia Woolf presenti nei vari personaggi, il libro spiattella un comportamento insensato che hanno a volte donne e uomini (in questo ordine: donne e uomini – non nell’altro!). Non esiste un modo preciso di definirlo. Si riassume nel comportamento – esclusivamente femminile – di volere una cosa e farne un’altra, ma non nell’accezione comune della frase: nell’accezione che Peter Walsh subisce quando vede che sì, Clarissa si sta innamorando di “Mi chiamo Dalloway”. E nel comportamento – esclusivamente maschile – di guardare la valanga, ripiegando, ma non nell’accezione comune della frase: nell’accezione che Peter Walsh vive andando in India, facendo quello che fa, e non facendo quello che non fa. Il tutto genera quell’immobilismo che porta, inevitabilmente, allo smarrimento della personalità, al vivere per nulla… almeno fino al momento in cui, miracolosamente, un giorno, si riaccende la luce, e si scopre che gli anelli della catena cui ci si è autoincatenati sono tutti aperti, e solo l’inspiegabile stupidità involontaria ha potuto sconfiggere la statistica, le probabilità, il caos, e tenerli saldamente attaccati.
…rispetto che, inespresso per tutta la cena o quasi, divampò alla tavola occupata dai Morris, quando alla frutta si udì il signor Walsh dire:
“pere Bartlett!”
Si, un uomo che diceva “pere Bartlett” andava loro a genio. Sentiva di essere loro simpatico.
Sarebbe andato alla serata di Clarissa.
Oltre questa sensazione-donna-uomo-immobilismo, il libro sfoggia un continuo spostamento del punto di vista, passando dalle osservazioni di una persona a quelle di un’altra, che ricorda molto il puntino che genera un’onda sinusoidale, o la pallina che rimbalza sul karaoke. Mi ha colpito anche lo sbandieramento di tutti quei microscopici dettagli che solitamente uno pensa ma non dice, quegli elementini secondari che causano improvvisi scarti di umore e di idee.
“Ecco la mia Elizabeth” disse Clarissa, con una commozione lievemente istrionica, forse.”
“Salve, Elizabeth!” esclamò Peter, cacciandosi il fazzoletto in tasca; “Addio, Clarissa”, …
Quel modo di dire “Ecco la mia Elizabeth!” lo aveva veramente urtato. Perché non “Ecco Elizabeth” semplicemente?
Ah, mi sono scordato di dire di cosa parla il libro: parla di una giornata in cui una certa Clarissa Dalloway dà uno dei suoi ricevimenti snob per persone altolocate.
Grazie m!
Articoli correlati:


24 settembre 2007 alle 18:12
Bacetto bacetto bacetto MORSO ASSASSINO LETALE
24 settembre 2007 alle 18:22
AIUTO
24 settembre 2007 alle 18:34
no..ho cambiato idea..non lascio perdere..
24 settembre 2007 alle 19:54
Ho visto il film con vanessa Redgrave….
Molto bello e anche molto fedele al libro direi, cosa che apprezzo molto quando vedo un film tratto da un romanzo “importante”
24 settembre 2007 alle 20:35
Vero Floripedis che era piacevole anche quello?
25 settembre 2007 alle 12:49
ci lavora quell’attrice che ha fatto la plastica alle guance!
26 settembre 2007 alle 18:05
sembra un contesto molto interessante… non ho letto il libro ma sembra ottimo!
comunque non c’è pericolo,l’ambientarmi nel vero senso della parola non è nei miei progetti,lo è finire il mio percorso di studi in santa pace!
maledetto socialismo accademico argggg