L’anno del sole quieto

Midrash. Non è un altro termine aramaico, è ebraico, e significa narrativa a sfondo religioso. Lo paragoni a un qualsiasi genere morderno: romanzi storici, gialli, rosa, fantasy; gli antichi ebrei amavano molto il midrash. Era il loro genere preferito; adoravano servirsi di personaggi ed eventi biblici nelle loro storie… se proprio vogliamo coniare un termine, possiamo chiamarlo fantabibbia. Il grosso pubblico non ne sospetta neppure l’esistenza. Il lettore medio tende a credere che tutto quanto è stato scritto duemila anni fa sia testo sacro, l’opera di un santo o di un profeta.

Un romanzo (neanche troppo lungo) sui viaggi nel tempo all’insegna del vecchio consiglio (di Pindaro?): non guardare troppo il futuro, potresti rimanere deluso. Come in tanti altri del genere, il futuro può essere visitato e l’evolversi degli eventi può essere cambiato senza troppe difficoltà agendo correttivamente in anticipo (anche se, questa volta, sembra che la gallina sia nata prima dell’uovo); una semplificazione eccessiva per un romanzo di fantascienza quando la storia non offre particolari spunti o imprevedibili colpi di scena, ma in questo caso alcuni rimandi biblici, alcune pesanti limitazioni della macchina e una storia d’amore che non sboccia del tutto riescono a sopperire. Questa edizione (Urania Collezione 054) è completa di una sceneggiatura (di “Alan D.” Altieri) che magari un giorno verrà portata su schermo, e che non ha niente a che fare con l’omonimo film attualmente esistente.

Chaney pensò subito alla Ford Modello T che aveva visto in un museo, e a un fragile, traballante biplano in un altro museo; quei due pezzi d’antiquariato non gli erano parsi in grado di muoversi neppure di un centimetro. (…) Il VDT non pareva in grado di muoversi neppure di un minuto.

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