La Divina Invasione (VALIS pt. 2)

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di Philip K. Dick

Questo è il penultimo libro scritto da Dick prima di morire. In qualche modo, si vede.

E’ la mia scelta, è la parte che ho preso. Dolore e malattia sono cose da sradicare, non da capire. Non esiste aldilà e non esiste Dio, a parte magari qualche stupido disturbo della ionosfera che interferisce con i miei apparecchi su questa collina di merda. Se dopo morto scoprirò di avere torto, mi appellerò alla mia ignoranza e all’educazione sbagliata. Nel frattempo mi interessa di più schermare i miei cavi ed eliminare l’interferenza che non chiacchierare con questo Yah.

Se in VALIS le due visioni metafisiche e realistiche erano sostenute dalla dualità Philip/Fat, qui le ritroviamo invece trasversali ai personaggi, e mescolate in tre storie, che poi in pieno stile dickiano diventano sempre di più la stessa. Il tutto inizia infatti con una totale scopiazzatura di intere pagine di un suo racconto breve, quello della colonia in cui i terrestri lavorano su dei ripetitori di segnali televisivi. Stavolta però la vicina malata diventa qualcos’altro. Il tutto prosegue in quelli che dovrebbero essere i sogni fatti durante uno stato comatoso; ma poi, in qualche modo, questo stato comatoso, con un pesante imbocco di mani divine, si squarcia nella realtà.

Il gatto gli mise una zampa sul viso. Con la zampa gli disse che i topi erano noiosi e irritanti, ma che comunque non voleva vederli scomparire perché, per quanto fossero irritanti, in loro c’era qualcosa di affascinante, più affascinante dell’irritazione che creavano. Così il gatto dava la caccia ai topi, per quanto non li rispettasse; voleva che continuassero a esistere, anche se li disprezzava.

L’apice del cross-over, o del racconto, viene con nonchalance raggiunto durante un allucinante discorso del protagonista con un poliziotto, in cui quest’ultimo viene convinto che tutto è un’illusione.

Intere sezioni del libro prendono la forma di disquisizioni teologiche probabilmente scopiazzate da altri racconti che non è riuscito a pubblicare. Non riesco a immaginare come avrebbe potuto altrimenti scrivere tutta la trilogia in una manciata di giorni.

– L’aiutante assumeva il ruolo di Difensore. Si offriva di parlare in difesa della persona. Ma anche qualcosa di più: offriva di presentare il proprio elenco di meriti e demeriti, al posto dell’elenco del defunto. Se il defunto era innocente, non ci sarebbe stata nessuna differenza, ma per il colpevole significava una sentenza di assoluzione anziché di condanna.
– Cosa risulta sull’elenco di meriti e demeriti dell’Aiutante?
– Nulla. E’ un pezzo di carta perfettamente bianco. Un documento su cui non è scritto niente. […] L’idea sarebbe di immettere misericordia nel meccanismo. L’aiutante è un amicus curiae, un amico della corte. Avverte la corte, col suo permesso, che il caso in esame costituisce un’eccezione. Che la regola generale della punizione non è applicabile.
– E lo fa per tutti? Per ogni persona colpevole?
– Per ogni persona colpevole che accerti la sua offerta di difesa e aiuto. […] Però la persona dovrebbe accettare il fatto di essere stata, in vita, colpevole. […] In pratica, però, la maggioranza delle anime che stanno per sottoporsi al giudizio rifiutano l’assistenza dell’Aiutante.

– Facciamo quattro passi per ammirare i ciliegi in fiore. Jahvè, il loro colore è il mio. Il loro rosa è il mio marchio. Ovunque ci sia quel rosa, io sono vicina.
– Conosco quel rosa. E’ la risposta del fosfene umano al bianco ad ampiezza totale di spettro, alla pura luce del sole.



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