Il sognatore d’armi

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di Philip K. Dick

Un romanzo leggero di Dick, ambientato in un bislacco futuro dove la guerra fredda non è mai finita, e le due fazioni si affidano alle capacità metafisiche di alcuni individui per poter sviluppare nuove armi. Detto così, sembrerebbe una cosa seria.

Sembrava, pensò, un congegno autonomo, termotropico, omeostatico, per catturare topi.

Ma il romanzo, in pieno stile dickiano, è a tratti demenziale, ed è imperniato sull’assurdità di una situazione in cui non c’è nessuna vera ragione di continuare la guerra. Le due fazioni semplicemente continuano a mostrare al popolo un’ostilità di facciata. E i “sognatori d’armi” effettuano imperterriti il loro lavoro, inventando armi sempre più improbabili, che mai verranno usate, ma che serviranno a dare un senso di sicurezza al popolo.

Non c’è nulla di più disorientante quanto la certezza che non soltanto si è indispensabili, ma che contemporaneamente si può essere subito rimpiazzati.

A completare il quadro, ovviamente, troveremo, droghe, complotti senza senso, storie d’amore improbabili (ma, dopotutto, profonde), androidi, spie, controspie, l’Uomo Blu Cefalopodo di Titano e, ciliegina sulla torta, l’immancabile invasione aliena.

“Estrema agonia”, l’archivio a prova di fuoco, di terza guerra mondiale, di catapulta titanica, l’archivio nascosto così bene e pronto a esplodere in caso di morte improvvisa, attraverso un detonatore sensibile al battito del cuore. Sospettava si trovasse in un gufo di ceramica smaltata, nel bagno del ragazzo della ragazza di Morris.



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